La plastica nel piatto: dal pesce ai frutti di mare

Una quantità sempre maggiore di plastica sta finendo nei nostri piatti. Sono particelle che si trovano lì per svariate cause: gettati in mare come spazzatura o trasportati attraverso fogne o corsi d’acqua. Una volta nel mare, i detriti degradano lentamente, soprattutto se esposti alla luce solare, creando miliardi di pezzi microscopici che i pesci e altri abitanti dell’ecosistema scambiano per cibo e che quindi finiscono nella nostra catena alimentare.
Non ce ne accorgiamo perché si tratta di particelle piccolissime, di dimensione comprese tra 1 nanometro e 5 millimetri, denominate “micro o nano-plastiche” e i cui effetti sulla salute umana adesso non sono quantificabili. Derivano da rifiuti e, attraverso diversi percorsi, entrano nella catena alimentare arrivando fino al cibo. L’habitat privilegiato di questi minuscoli frammenti sono gli oceani, dove isole di detriti di plastica, alcuni grandi come la Francia, galleggiano in sospensione. Chi lancia questo allarme è un rapporto di Greenpeace dell’agosto 2016 dove il ritratto che emerge dei mari e dei suoi abitanti è spaventoso: sono almeno 170 gli organismi marini (vertebrati e invertebrati) che certamente ingeriscono tali frammenti.
Su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui 3 specie commerciali come il pesce spada, il tonno rosso e tonno alalunga, ha identificato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2 per cento dei campioni analizzati.
Analogamente, studi condotti su 26 specie di pesci delle coste atlantiche portoghesi hanno evidenziato la presenza di microplastiche nel 19,8 per cento dei campioni di pesci analizzati: i quantitativi più elevati sono stati ritrovati nel lanzardo (Scomber japonicus) una specie simile allo sgombro e presente sul mercato italiano.

Su 504 pesci prelevati dal Canale della Manica, 184 contenevano piccoli granelli di microplastiche.

Un altro studio sugli scampi (Nephropos norvegicus) ha dimostrato la presenza di frammenti di plastica nello stomaco dell’83 per cento degli esemplari raccolti lungo le coste britanniche.

Il rapporto di Greenpeace è consultabile qui.

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